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71. Un mare di plastica - 09/10/2015



Isole di plastica nel cuore dell’oceano Pacifico generate dalle correnti circolatorie presenti in quella zona del pianeta – fonte Greenpeace

UN MARE DI PLASTICA

Si è parlato e si parla molto del problema ambientale della plastica, materiale di largo impiego, anche nella nostra vita quotidiana. La plastica, o meglio “le plastiche”, visto che si tratta di una grandissima varietà di tipologie, ognuna con particolari caratteristiche e utilizzate nei più diversi settori (es. il PET per le bottiglie, il HDPE per contenitori di cibi, detergenti, il PVC per tubazioni idrauliche, giocattoli, ecc), sono tutte caratterizzate da durevolezza e resistenza. Sono destinate a durare e per questo si dovrebbero utilizzare il più a lungo possibile, sino a fine vita, per poi essere adeguatamente smaltite o riciclate. Tuttavia l’economicità della produzione e la flessibilità di questi materiali fa si che vengano sempre più impiegate per oggetti “usa e getta”, un controsenso che fa molto male all’ambiente.
Quando pensiamo ai rifiuti di plastica la mente va alle bottiglie di acqua minerale, il tipico contenitore “usa e getta”, che stanno riempiendo il mondo. Le cifre sono impressionanti basta pensare che solo in Italia viene prodotto, ogni anno, circa 250.000 tonnellate di nuovo PET ad uso contenitori per acqua minerale. Ogni kg di PET richiede l’impiego di 2,5 kg di petrolio e 17 litri di acqua. E questo è nulla. Pensiamo a tutte le bottiglie di PET prodotte nel mondo e non solo per l’acqua minerale visto che questi contenitori vengono usati per tutti i tipi di bibite, il latte, ecc. Ma il problema, oltre alla quantità, è dato dal mancato smaltimento di una buona parte di questi materiali, che vengono stoccati in discariche dove stanno per secoli (il tempo di biodegradabilità di alcune plastiche è di 1000 anni), oppure finiscono per disperdersi nell’ambiente e, alla fine, arrivare al mare, che si sta trasformando nel più grande contenitore di rifiuti della nostra civiltà.
Non tutti sanno, anche se il problema è ormai noto da decenni, che nel pieno dell’Oceano Pacifico esiste una discarica fluttuante chiamata Great Pacific Garbage Patch (Grande chiazza di rifiuti del Pacifico) che ha l’estensione del Canada. Non si tratta di una montagna di rifiuti, di un’isola piena di spazzatura, come spesso è stata presentata dai media, bensì di una “zuppa” di plastica dispersa in mare, una vastissima massa galleggiante dove alcuni pezzi sono integri e altri sminuzzati in frammenti piccolissimi a causa dell’erosione e dell’azione dei raggi UV.
Le dimensioni di questo fenomeno sono impressionanti e sono state descritte da Charles Moore, scienziato, navigatore e ambientalista nel suo libro “L’oceano di plastica”. Si tratta di una zona, compresa nell’anello delle correnti del Pacifico, di alcuni milioni di km quadrati contenente milioni di tonnellate di rifiuti, di cui circa l’80% sono materiale plastico. Una “brodaglia” in cui vivono milioni di pesci che, inconsapevolmente, si nutrono di essa scambiandola per cibo. Gli effetti sulla catena alimentare, e quindi anche sull’uomo, sono allarmanti.

La plastica tuttavia non va demonizzata, l’utilità di questo materiale è innegabile, però va usata con criterio. Innanzitutto andrebbero ridotti gli imballaggi plastici che avvolgono qualsiasi cosa che acquistiamo e tutto quel materiale “usa e getta” prodotto in nome dell’”igiene”. Ridurre all’origine è il primo passo, un approccio che dovrebbe essere seguito per qualsiasi tipo di imballo. Il secondo è la differenziazione dei rifiuti: la plastica non è biodegradabile quindi, più di ogni altro materiale, va raccolta separatamente. Il terzo è il riciclo. La plastica può essere rimpiegata come materia prima seconda per generare nuovi oggetti, in alternativa allo smaltimento controllato.
La strada da fare è complessa e molto lunga. D’altra parte abbiamo da poco acquisito la consapevolezza che tutto quello che riversiamo nell’ambiente (acqua, suolo, aria) ci ritorna, spesso in forma diversa, come nelle contaminazioni alimentari.

Webmaster Tudor Andrei